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Narbolia, Sardegna

Is Arenas Resort

Escursioni

Alla scoperta della Sardegna Occidentale

Un po’ California per surfisti, un po’ Australia per chi cerca natura incontaminata; in realtà nient’altro che il versante più integro e meno battuto della mediterranea Sardegna. Da giugno a settembre, con la complicità di un Maestrale che soffia regolarmente e di onde da record, le spiagge del Sinis si affollano di appassionati di surf, windsurf e kitesurf d’ogni nazionalità. 
Per una vacanza all’insegna di attività all’aria aperta e di un’ospitalità senza troppi artifici, basta atterrare a Cagliari e scegliere di esplorare i dintorni di Oristano: tante le località che meritano un'escursione. Tra le spiagge, Santa Caterina di Pittinuri, che mostra candide scogliere calcaree che si allungano verso bassi fondali trasparenti. La più suggestiva è S’Archittu, ponte roccioso modellato nei secoli dall’erosione del vento e del mare al limite dell’omonima spiaggia (5 minuti di cammino su un sentiero panoramico). Oltre il promontorio di Torre Pittu si lascia l’auto per guadagnare Caletta Sa Canna, scrigno di sabbia chiara e scogli bassi. Capo Mannu, con il suo faro, segna l’inizio della penisola del Sinis e dell’omonima area marina protetta. Uno dei suoi simboli è Cala su Pallosu, lingua dorata adatta a chi ama la tranquillità. 

Da Putzu Idu si fa rotta verso l’Isola di Mal di Ventre, per scoprire la vegetazione selvatica, conigli in libertà e uccelli marini, unici abitanti del posto. Tante le rade e le spiaggette di Punta Libeccio dove il mare assume toni turchesi; a Cala del Nuraghe, lunga appena 20 metri, i fondali rocciosi, habitat ideale della fauna marina, sono una chicca per i sub. Basta seguire lo sterrato e lasciata l’auto, asciugamano e crema da alta protezione alla mano, oltre basse dune si svela l’abbacinante Mari Ermi, in quarzite bianca e rosa. 
Più famosa e frequentata è Is Arutas, di quarzite tonda e multicolore fra dune e qualche chiosco-bar, mentre ancora misconosciuta è la fascinosa Maimoni, che regala tramonti spettacolari dalla caletta candida di Turr’e Seu. L’allungo sabbioso di Sa Funtana Meiga introduce a San Giovanni di Sinis che, fra le poche case e alcuni capanni in legno e giunco, racchiude San Giovanni, il più antico tempio paleocristiano della Sardegna. Uno stretto istmo nel verde smeraldino del Golfo di Oristano porta al magico sito archeologico fenicio di Tharros e alla Torre Spagnola di San Giovanni.

 

La costa della Planargia

Chilometri di costa, tornanti che regalano un’emozionante esperienza tra paesaggi che si trasformano in spiagge, scogliere a picco, fiumi, stagni, borghi e città medioevali ricchi di storia, arte e natura.
La Planargia è una sub-regione della Sardegna nord-centro-occidentale compresa tra la bassa valle del fiume Temo e il versante settentrionale del Montiferru, nella Provincia di Oristano.
La spettacolare bellezza di questo ambiente naturale è dovuta al caratteristico andamento planare di una serie di dolci colline vulcaniche e sedimentarie che degradano verso la costa, e da cui parrebbe derivare la denominazione storica della stessa regione. Ma ciò che rende assolutamente unica la Planargia è il fatto che in un ambito geografico così poco esteso siano rappresentati quasi tutti gli ecosistemi caratteristici dell’isola, da quello marino a quello costiero, da quello montano a quello fluviale.
Planargia è sinonimo di diverse gradazioni dell’azzurro del suo mare, che custodisce fondali di rara bellezza e si schiude su incantevoli spiagge; vanta selvagge e suggestive falesie costiere che, sospese tra il cielo e il mare, sfidano l’impetuoso vento di maestrale; è una varietà di specie vegetali e di numerose specie ornitologiche che vi nidificano, come il maestoso Avvoltoio Grifone.
Un’area incontaminata, impreziosita dal suo patrimonio archeologico e artistico, che possiamo ritrovare nelle sue preistoriche Domus de Janas così come nelle antiche e misteriose costruzioni della civiltà nuragica; nei suoi castelli medievali, nelle sue chiese romaniche e nella singolarità delle pittoresche architetture dei suoi centri urbani.

La scogliera S'Archittu di Santa Caterina

A nord di Santa Caterina, è formata da calcari sedimentari del miocene medio, è articolata in promontori e cale e si trova nel tratto costiero meridionale della regione del Montiferru. Immagine simbolo nella zona, è meta turistica di sicuro interesse per il suo paesaggio rado e calcareo chiamato spesso lunare per i suoi riflessi. Caratteristica per il monumento naturale, costituito da un piccolo arco (archittu) o ponte roccioso sul mare, alto circa 15 m, modellato dall’azione erosiva marina ed atmosferica. E' ciò che resta di un’antica grotta, il cui tetto avrebbe ceduto per il susseguirsi violento delle onde e per i sussulti di compressione e decompressione della massa d’aria in essa contenuta.

L'arcipelago di Corona Niedda

L’arcipelago di Corona Niedda si trova in un meraviglioso tratto di costa che da Bosa Marina scende sino a Santa Caterina di Pittinuri, nel Comune di Tresnuraghes. Scogli, isolotti di pietra basaltica e lava millenaria che sovrastano la superficie di un mare azzurro intenso. L’insieme di isole dista poco più di un miglio dalla costa ed è considerato dagli esperti un'oasi ecologica tra le più rare della Sardegna. Le calette di Corona Niedda sono cale di piccole dimensioni, spesso deserte, il cui arenile è costituito da sabbia dorata e ciottoli di media dimensione. L'acqua è di colore verde-blu, il fondale è roccioso e profondo.

L'isola di Mal di Ventre

A poche miglia dalla Costa di Putzu Idu, nella costa occidentale dell’isola, in prossimità di Oristano, si trova quest’isolotto grande meno di 1km quadrato, completamente disabitato, senza luce, gas, acqua e corrente. L’isola è stata inclusa nel perimetro dell'Area Marina protetta Penisola del Sinis. Malu Entu in sardo significa "cattivo vento" per via dei mutevoli e repentini cambiamenti delle condizioni meteorologiche, influenzate tanto dal vento dominante di maestrale tanto dalle brezze termiche determinate dalla relativa vicinanza alla Sardegna.

L'area naturalistica e archeologica di Montiferru

Il territorio dell’Unione dei Comuni “Montiferru - Sinis” è fatto di boschi millenari e leggere colline. Abbraccia sia la policroma costa che il selvaggio interno della Sardegna centro-occidentale, nella provincia di Oristano. Subregione di origini antichissime, è animata da scenari di grande bellezza e varietà: il paesaggio montano si trasforma dolcemente in collina, i fitti boschi incontrano le distese sabbiose della costa. Le cime sono dominate dal Monte Urtigu (1050 m), una delle più alte della Sardegna. Le coste vivono di splendide risorse naturalistiche come la riserva naturale regionale di "Capo Nieddu" a Cuglieri, oggi in fase di istituzione. Il patrimonio naturalistico ed il paesaggio costiero senza uguali, rendono queste zone il luogo ideale per un turismo attento alla valorizzazione delle risorse ambientali ed alla fruizione sostenibile del territorio. Dalle zone umide del Sinis alle aree collinari e montane del Montiferru, la ricchezza e la varietà di questi luoghi li rende una destinazione ideale per chi è alla ricerca di sensazioni autentiche. Il nome “Montiferru” deriva dall’omonimo massiccio di origine vulcanica, spento da più di un milione di anni. Il complesso vulcanico era caratterizzato da abbondanti eruzioni di lava che nell’incedere finirono per creare nuove terre sia a est, con il vasto altopiano di Abbasanta, caratterizzato da terreni basaltici, sia a ovest fino alla fascia costiera. L’area è ricca di acque sorgive che vanno ad alimentare gli affluenti del Rio Mannu. La costa è quasi completamente alta e frastagliata, con pochi approdi.

Torri Spagnole, Spiagge del Sinis e Tharros

Con il nome “Sinis”, invece, si intende la penisola che si distende lungo la costa nord del golfo di Oristano. Anche il Sinis ospita un paesaggio variegato: andando da nord a sud la costa diventa da tipicamente lagunare a più alta e impervia fino a tornare sabbiosa nei dintorni di San Giovanni di Sinis. Nella penisola del Sinis si ammira un vasto sistema di zone umide, alcune delle quali (Stagno di Cabras, Stagno di Mistras e Stagno di Sale Porcus, Stagni di Putzu Idu) riconosciute d'importanza internazionale. Acque dolci e saline bianche abitate da microrganismi animali e vegetali di assoluta bellezza; incredibilmente affascinanti anche gli uccelli acquatici che risiedono in questo golfo.

Tharros

La città di Tharros, ubicata all’estremità meridionale della Penisola del Sinis, venne fondata alla fine dell’VIII sec. a.C. o nel VII da genti fenicie in un’area già frequentata in età nuragica. Su una delle tre colline su cui sorge la città, la più settentrionale, nota con il nome di Su Murru Mannu (in sardo “grande muso”), è visibile ancora oggi un importante villaggio protostorico (età del Bronzo medio-recente) che doveva essere già abbandonato al momento dell’arrivo dei Fenici. I resti di un monumento nuragico sono stati riconosciuti alla base della torre spagnola del colle di S. Giovanni; altri due nuraghi si trovano sul Capo S. Marco, uno, detto Baboe Cabitza, nella parte più alta del promontorio, l’altro presso l’insenatura di Sa Naedda. L’arrivo dei Fenici e la fondazione della città coincidono con un momento di straordinaria attività coloniale in tutto il bacino occidentale del Mediterraneo. Fin da questo periodo sono in uso contemporaneamente due necropoli. Le sepolture, databili a partire dall’ultimo quarto del VII sec. a.C., sono nella maggior parte dei casi semplici fosse scavate nella sabbia o nella roccia affiorante in cui sono deposti i resti incinerati dei defunti, accompagnati dai corredi ceramici e da oggetti personali. Quanto all’ambito del sacro, si possono ricordare i materiali più antichi rinvenuti nel tofet, il tipico santuario fenicio-punico a cielo aperto, circondato da un recinto sacro e contenente le urne, con i resti incinerati dei bambini morti in tenerissima età e degli animali sacrificati e le stele, veri e propri signacoli in pietra con il simbolo o l’immagine della divinità posta su un trono o all’interno di un tempietto in miniatura. Ancora si discute sulla natura del santuario tofet, se luogo di sacrificio dei fanciulli in offerta alla divinità o, più probabilmente, necropoli destinata ai bambini nati morti o a quelli deceduti prematuramente prima di aver subito un rito di passaggio e dunque di essere stati accolti nella comunità degli adulti.

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